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Sceneggiatore di merito in fuga dalla TV e apprezzato coautore di Million Dollar Baby, il canadese P. Haggis debutta nella regia con una storia polifonica, raccontata in un flashback di trentasei ore e da lui scritta con Bobby Moresco. Titolo (= schianto, disastro) rubato al compatriota D. Cronenberg. Comincia e finisce con un incidente stradale nell'area di L.A. descritta come un fallito melting pot, cioè crogiuolo di etnie. Che cosa non fa funzionare il crogiuolo? La paura dei diversi alimentata dai pregiudizi. Quest'esordiente ultracinquantenne padroneggia il film benissimo: nessuna riserva su struttura, ritmo, cura dei particolari, direzione degli attori. Si sente troppo, però, che è il film di uno sceneggiatore che vuol far tornare i conti a tutti i costi. Lo sbirro razzista è un bravo figlio e si riscatta con un nobile gesto in cui rischia la vita; il suo collega democratico combina alla fine un grosso guaio; l'isterica e diffidente wasp abbraccia la cameriera nera e così via. D'accordo: non c'è la solita divisione tra “buoni” e “cattivi”, ma il rifiuto del manicheismo rischia di farne un film a tesi, dimostrativo. 3 Oscar: film, sceneggiatura originale e montaggio; David di Donatello come miglior film straniero.

(Morandini)
 

 

In ogni metropoli del mondo anche solo camminando per strada s'incontrano persone, si creano dei contatti, ma a Los Angeles, i suoi abitanti sono talmente barricati dietro la loro città di vetro e metallo, da non incontrarsi quasi mai, ed è tanto il loro desiderio di imbattersi in qualcuno, di avere un contatto fisico, da volersi scontrare con qualcun altro solo per sentire qualcosa.
Questa è la descrizione di L.A. che fa il Detective Graham Waters, (Don Cheadle), all'inizio di "Crash - Contatto Fisico", il film scritto e diretto da Paul Haggis. In questa cornice si sviluppano e s'incrociano e sovrappongono tante storie di indifferenza, intolleranza e razzismo, interpretate magistralmente da Don Cheadle, candidato agli Oscar per "Hotel Rwanda", Sandra Bullock, Matt Dillon e Brendan Fraser. Ciò che colpisce guardando il film, dal punto di vista tecnico, oltre alla crudezza imposta dagli argomenti trattati è che nonostante le storie raramente s'intreccino tra loro, non si avverte il senso di divisione tipico del film a episodi, anzi la pellicola scorre tranquilla, e benché si salti da una vicenda all'altra di continuo, il cambiamento è impercettibile, non fosse altro perché si nota che i personaggi non sono sempre gli stessi. Apparentemente l'elemento conduttore è il razzismo, l'ignoranza e la rabbia che alcune persone hanno nei confronti di culture diverse, ma poi proseguendo nella visione ci si rende conto che il punto focale è la poca voglia o possibilità di comunicare che portano alla violenza e alla tragedia, indipendentemente da quale sia l'origine dell'interlocutore. Volendo dare un significato al film, Los Angeles diventa lo specchio della società in cui viviamo tutti, dove la paura, la diffidenza e la frustrazione hanno preso il sopravvento, portando a repressione e rabbia, a violenza gratuita e tragedie non volute…e non c'è innocenza che possa salvare. Il bene e il male si confondono nella città degli angeli di Haggis, (già sceneggiatore di "Million Dollar Baby").
Alla fine di questo film appassionante e commovente ci si chiede se esiste un modo per riscattarsi, se si può recuperare la dignità e l'innocenza perduta. Ma la sorte si sa: spesso è dotata di un'ironia che va oltre ogni nostra comprensione!

Monica Cabras filmup.it