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E' il film più “politicamente scorretto” del nuovo secolo. Sui mass media non hanno lesinato in aggettivi: esilarante, corrosivo, incendiario, delirante, assurdo, pericoloso, rivoluzionario, sovversivo, osceno. Il suo autore si chiama Sacha Baron Cohen (1970), cittadino britannico, ebreo di origini iraniane che ha inventato il personaggio di Borat Sagduyev (nel superpremiato TV Da Ali G Show (1999-2004)), presunto e baffuto telecronista kazako. Scortato da Azamat Bagatov, incapace e obeso produttore, parte dal Kazakistan (2,7 milioni di kmq) e viaggia negli USA da New York a Los Angeles per filmare un rapporto didattico sull'American way of life. In sceneggiatura si è fatto aiutare da Anthony Hines, Peter Bayham, Dan Mazer, Todd Phillips; in produzione (caratterizzata da incidenti giuridici e qualche arresto durante le riprese) da Jay Roach. Per la regia si è affidato a L. Charles che ha camuffato il film da reportage TV con ricorsi alla candid camera come nel 1965 faceva alla RAI Nanni Loy in Specchio segreto. C'è un paradosso sovversivo di base: aver tirato fuori il peggio della società USA (sindrome dell'antiterrorismo e del 2001, razzismo, politica estera di Bush Jr., fanatismo religioso, omofobia, violenza) di cui rivela i codici e il subconscio, col tramite di un personaggio razzista, antisemita, misogino, pieno di pregiudizi, antitzigano, sessuomane, ma anche affettuoso, generoso, romantico. Ne nasce, all'insegna di una furibonda scorrettezza, una buffoneria stridente e demente più che demenziale. Il film comincia e si chiude a Kuczek (trovato in un villaggio rom in Romania), un paese più balcanico che kazako, anch'esso descritto con caustica ferocia. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto 2006. 31 canzoni e brani musicali. La voce italiana di Borat è di Pino Insegno.

(Morandini)
 

 

Il comico inglese di origini ebraiche Sacha Baron Cohen riprende il reporter del Kazachstan già protagonista di molti sketch nel suo "Da Ali G show" per costruire una narrativa coerente intorno a questa figura fanciullesca, sboccata e molto scorretta politicamente. Così vediamo Borat intraprendere un viaggio verso gli Stati Uniti a seguito di un finanziamento del suo Ministero degli esteri per conoscere la cultura del più grande paese del mondo. Il suo viaggio prende una brusca deviazione nel momento in cui il baffuto kazako si innamora perdutamente di Pamela Anderson, mettendosi in testa di sposarla.

Il film di Cohen (diretto da Larry Charles, già regista di serie televisive come Seinfeld e Curb your enthusiasm) riprende grosso modo la struttura delle gag televisive. Borat si spaccia come autore di reportage per il suo paese, giustificando così la presenza della telecamera, svolgendo una funzione di smascheramento delle convenzioni statunitensi e di un politically correct fittizio che nasconde i germi di un razzismo sempre presente. Borat si finge antisemita, misogino ed omofobo per provocare reazioni genuine da parte dei suoi inconsapevoli bersagli. Genuine quanto imbarazzanti. Così domandando ad un negoziante di armi al dettaglio quale sia l'arma più adatta per uccidere un ebreo il commesso risponde imbarazzato "bah, direi una nove millimetri o una calibro quarantacinque!". Altro momento forse addirittura pericoloso è quello in cui Borat canta un inno kazako completamente di fantasia sull'inno statunitense... in Texas, correndo il rischio di essere linciato. Nel suo sistema linguistico Borat usa inoltre una lingua molto lontana dal kazako o dal russo, seconda lingua ufficiale di questa nazione. All'inizio dei collegamenti usa parole polacche storpiate, come "Chenquye" per dire "Grazie" o i corrispondenti di "Buongiorno" e "Come stai". Molte scritte in cirillico sembrano parole messe a caso, ma in realtà corrispondono a un codice. Una delle scritte opportunamente decodificate recita "L'ebreo Borat in America" (Gid Borat v Amerike). Anche nella colonna sonora notiamo simili contaminazioni, ad esempio nell'uso della canzone "Erdelegi" di Goran Bregovic.

Mauro Corso filmup.it