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Un ricco turista giapponese regala un fucile (ed è un Winchester, con chiaro riferimento al film di A. Mann) alla sua guida marocchina che lo vende al suo vicino i cui figli lo prendono di nascosto per giocare a sparare e colpiscono per errore una turista americana che passa su un autobus. Una piccola catena di fatti e coincidenze che dà il via alla grande catena di fatti e coincidenze che – avanti e indietro nel tempo – si incastrano ognuno al suo posto fino a comporre il film del 42enne A.G. Iñárritu, messicano di nascita, americano di cittadinanza. B. Pitt e C. Blanchett sono una coppia che tenta di ricostruire un rapporto in crisi con una vacanza in Marocco. Ritardano di un giorno il rientro e avvisano la tata messicana alla quale hanno lasciato i figli in California. Ma lei vuole andare al matrimonio del suo unico figlio e li porta con sé a Tijuana, in Messico, e poi, per un malinteso alla frontiera, li perde nel deserto. Intanto a Tokyo una ragazzina sordomuta tenta di superare il trauma del suicidio della madre seducendo il poliziotto che sta dando la caccia a suo padre che è il giapponese che regalò il fucile che ferì C. Blanchett. Scritto – come i precedenti Amores-perros e 21 grammi e non dissimile nella costruzione a incastro – dal romanziere Guillermo Arriaga, è un magnifico e dolente affresco, in giro per il mondo (3 continenti e 3 atmosfere assai diverse splendidamente fotografati da Rodrigo Prieto), sulla solitudine e sui confini – geografici, culturali e psicologici – che la generano; sulla cognizione del dolore; sul destino dell'uomo e sulla difficoltà della comunicazione (cui fa riferimento il titolo biblico); sui sentimenti che possono unire o dividere. Gli attori assecondano il progetto. Spicca B. Pitt, devastato da sensi di colpa che gli fanno ritrovare sé stesso e l'amore per la moglie. Premio alla regia a Cannes 2006 e Oscar alla colonna sonora.

(Morandini)
 

 

Cannes - La Bibbia racconta che Babele era una torre altissima, costruita dagli esseri umani con lo scopo di raggiungere il paradiso; questo tentativo provocò la collera di Dio che, per punire l'umanità della sua presunzione, divise gli uomini attraverso la creazione di diverse lingue: da allora cominciarono i nostri problemi di comunicazione. Partendo da questo assunto biblico, Aleandro Gonzalez Inarritu chiude con "Babel" la sua personale trilogia "dei sentimenti", iniziata con l'ottimo "Amores Perros" (2000) e proseguita nel 2003 con l'indigeribile 21 Grammi. Il regista messicano ha dichiarato: "Sono sempre stato attirato dalle coincidenze e dalle storie parallele.
Io vedo la vita come una successione di segmenti; la linearità e la cronologia non mi sembrano in grado di rendere giustizia alla realtà dell'esistenza". E infatti anche Babel ripropone una costruzione narrativa ad incastro, nella quale il montaggio assume un'importanza fondamentale: in pieno deserto marocchino, uno sparo vagante finirà per unire le esistenze di due turisti americani (Brad Pitt e Kate Blanchet), due bambini marocchini, un'immigrata messicana e una studentessa giapponese sordomuta. Inarritu utilizza l'imprevedibilità della vita come "scusa" per smascherare la difficoltà umana (ad ogni latitudine) nell'accettare l'assenza, la rottura dei legami, in altre parole: nell'affrontare la solitudine. Nonostante il titolo del film abbia un significato simbolico, Babel non si concentra unicamente sulle barriere linguistiche viste come massima espressione dell'incomunicabilità tra i popoli; la difficoltà linguistica è un vettore con il quale Inarritu e lo sceneggiatore Guillermo Arringa ci parlano di immigrazione, difficoltà di coppia, amore paterno, educazione e tolleranza. Il confronto/scontro culturale rimane però sempre sullo sfondo, proprio perché sono i personaggi ad essere al centro dell'attenzione, così come è dal loro punto di vista che seguiamo l'incedere della vicenda. A differenza del precedente "21 Grammi", Inarritu rimane "lontano" dall'azione, non perde di vista la narrazione in funzione dello "stile a tutti i costi" e non si lascia andare ad eccessi melodrammatici: la giuria (e il pubblico) lo ringrazia ricompensandolo con il Premio per la miglior Regia.

Paolo Zelati filmup.it