Ottobre 2008


Le strade periferiche del piccolo e arido pueblo di San Pedro de Atacama, a nord del Cile, brulicano di agenzie che organizzano tour avventurosi nel deserto e nella vicina Bolivia.
Insistenti ragazzi, fuori dalle porte colorate, invitano i turisti ad entrare e prenotarsi per ”el mejor tour!”.
Grida solari, sguardi che si incrociano con un sorriso, eppure, qualcosa non risveglia le nostre aspettative.
Forse perchè i viaggi organizzati “da altri” non sono i nostri preferiti. Nasce così una riflessione sulla concezione del viaggio e su noi stessi.
Persi nella profonda discussione, notiamo una piccola compagnia boliviana a conduzione familiare, disposta a noleggiarci una semplice guida e un grezzo fuoristrada, ma soprattutto, a garantirci una certa libertà.
Gli echi della guerra civile, che sta causando problemi in Bolivia, incoscentemente, non ci spaventano.
Decidiamo di con-dividere la tariffa insieme a quattro ragazzi brasiliani, futuri compagni di avventura. Il viaggio nella regione meridionale boliviana, il Potosi, inizia così.




Il sole è alto e caldo. Il suolo arido di questi altipiani desertici sembra un’enorme piana, dalla quale spuntano alti vulcani. ”E’ solo un’apparenza” dice Pedro, la nostra guida. Il campo, dove poter smaltire le fatiche della prima giornata, si trova infatti a circa 5000 metri di altitudine.
Il paesaggio meraviglioso ci cattura, e anche se non sembra, stiamo salendo.








Il campo si trova in un piccolo villaggio, ai piedi di un vulcano.
Le case di pietra hanno tetti allestiti con lunghi strati di plastica, trattenuti a fatica da sassi che contrastano la forza del vento della sera.
Non c’è acqua, ergo, non ci si può lavare.
Una piccola stufa riscalda la stanza, presto arriverà la notte e la temperatura scenderà sotto lo zero.
Le forze ci hanno abbandonato, anche i più semplici movimenti qui diventano complessi.
Chinare il capo per allacciarsi le scarpe è quasi impossibile. I respiri sono sempre più affannati, la testa gira. Un normale “mal di altura”.
Una donna ci prepara con cura la cena. E una calda zuppa di quinoa ci rimetterà in sesto.








I viaggi veri sono fatti di odori e colori.
Piccoli laghi montani ci intorpidiscono l’olfatto in maniera agre e ci ammaliano coi loro colori che vanno dal giallo della vegetazione secca, al bianco del candido sale, cornice di laghi rossi e azzurrini.
E’ un meraviglioso regalo della natura, il movimento dei piccoli e laboriosi microorganismi presenti nelle acque che, cullati dal vento, cambiano i colori di un intero paesaggio.
Si respira un’esplosione cromatica, propagata dal battito di ali di flamencos rosa confetto.

















Il viaggio prosegue nel deserto, tra sabbia e rocce vulcaniche. E quando meno te lo aspetti, nel nulla nasce l’incontro.
Ammiriamo una gaviota andina volare leggiadra nel cielo, più in là un gruppo di alpaca corre libero animando il paesaggio desertico e mentre sorseggiamo del the, rilassandoci al sole, la guida si confida “Qui tutti sono quechua e appoggiano Morales, il primo presidente indios, il miglior presidente che la Bolivia abbia mai avuto”.















Accampiamo ad Alota, un piccolo pueblo con qualche casa colorata, dove si evince la sola presenza di donne e bambini. Gli uomini sono al lavoro nelle miniere e nel salario.
Una madre e le sue figlie ci ospitano preparandoci la cena; c’è cortesia ma anche tanto distacco.
Un bambino gioca nel cortile divertendosi con oggetti che agli occhi di noi occidentali paiono solo pericolosi. La mamma si avvicina e gli ricorda “No se habla y no se escucha”. Restare incontaminati per loro è importante ma il bimbo in qualche modo ci fissa e ci sorride.















Siamo attirati da numerosi lama che incontriamo in una valle. Vivono in uno stato di semilibertà, le pareti delle montagne e qualche muretto a secco costruito da qualche pastore costituiscono i lati del loro immenso recinto.
Ci avviciniamo, qualcuno scappa, altri ci guardano con diffidenza preparando con la saliva una specie di difesa.
Sorprendentemente incontriamo una volpe. E’ affamata e si avvicina timidamente alla ricerca di cibo.








In pieno deserto avvistiamo Julaca, un piccolo pueblo che pare in conflitto tra il gelo polare della notte e il caldo torrido del giorno.
La guida sentendo i nostri commenti meravigliati si pronuncia insoddisfatta: “Volete fermarvi? Non capisco perchè trovate tanto bello questo viallaggio fantasma”.











Il salario di Uyuni è qualcosa di incredibile: circa 4000 km quadrati di sale ci fanno da pavimento.
Uomini mascherati per proteggersi dal salino e dal sole lavorano duramente e non vogliono essere disturbati.
Una radio accompagna il ritmo delle picconate con un occhio di riguardo per la guerra civile che sta colpendo la Bolivia.
Qualche chilometro più avanti un hotel di sale baluardo del turismo organizzato. Ci fermiamo per osservare la tecnica di costruzione e per qualche scatto e poi ripartiamo.
















Raggiungiamo la città di Uyuni dopo un viaggio fantastico ma difficile. Qui scopriamo la vita dei boliviani, che scorre tranquilla, sotto il controllo dei militari, nonostante la guerra civile.






In sette giorni sono stati percorsi più di 3500 km


BOLIVIA, LA VIDA EN EL LLICLLA
A Uyuni non piove mai.
Ma le donne boliviane sembrano non accorgersene. Troppo impegnate a scandire i loro passi, insieme al loro inseparabile “lliclla” in cui sono avvolti i viveri della spesa e i loro infanti accoccolati. Lo scialle lacerato racconta l’esistenza di questa sfera femminile del sud del mondo e del loro peso quotidiano e sociale.
Una semplice scusa alla guida per poter girare tra le assolate vie della città nella salina[1] più grande del mondo. Le strade di Uyuni, unico posto di aggregazione, sono affollate dagli echi di vecchi televisori, siti nei baracchini di uomini, per lo più anziani, che con fare rilassato ammazzano il tempo. Trasmettono notizie della guerra civile in atto. Eppure, in questo luogo, la guerra nel Paese sembra non esserci. E l’udito si confonde con la vista: uomini in divisa salutano, invitando a nascondere la macchina fotografica. A Uyuni nessuno vuole essere fotografato. Ma interesse e curiosità prevalgono sulla paura di essere derubati: un senso di riscatto personale del frammento femminile boliviano e scatti di memorie di una strada di città, racchiusa nelle mani tozze e ruvide delle “cholitas[2]”. Voci insistenti di giornalisti televisivi, in diretta da Santa Cruz, si scontrano con il soffuso brusio nella calma che regna per le vie; bambini per mano, donne con pesi, uomini alleggeriti di ogni peso e di ogni impegno. Apparentemente sembrano indifferenti della cronaca; ma balzano alla mente le parole della guida: “Qui tutti sono quechua[3] e appoggiano Morales, il primo presidente indios, il migliore presidente che la Bolivia abbia mai avuto”. La speranza di tutti è posta su Morales: la speranza sulla vita dentro un “lliclla”.
[1] Il “Salar de Uyuni” è un enorme deserto di sale che, con i suoi 12.000 km², è la più grande distesa salata del mondo
[2] Donne boliviane indigene
[3] Lingua nativa del Sud America. Lingua ufficiale dell’impero Inca
TI RACCONTO

UNA DONNA

MAMMA

INDIGENA BOLIVIANA

L’IMPEGNO

LA SOLITUDINE

L’INDIFFERENZA MASCHILE

PERSI

IN UN MONDO DI DONNE

AFFETTUOSAMENTE

SCOPRIAMO

GIOCANDO

UNO SCIALLE MAGICO

TRASPORTARE

LA SPERANZA

LE RISORSE

L’IMPEGNO PER TUTTI

CON TENACIA

VERSO UN FUTURO MIGLIORE

LA SPERANZA SULLA VITA DENTRO UN “LLICLLA”
